Non sono nato Genoano [dal muro]
Greif1957   
 

Non ho avuto un padre o un nonno Genoani. Sono venuto a vivere a Genova dalla natia Milano appena terminata la prima elementare. Abitavamo nella zona di via Orsini, in un appartamento con un grande giardino, che confinava con quello di due coniugi non più giovanissimi e senza figli. Non so di preciso che età potessero avere, perché quando si è bambini gli adulti sembrano tutti anziani. Lui si chiamava Saverio ed era in pensione, quindi trascorreva molto tempo in giardino ad occuparsi delle piante. Mi prese in simpatia e iniziò a chiacchierare con me del più e del meno, i classici discorsi che gli adulti fanno con i bambini. Poi un giorno mi chiese se tenevo per il Milan o per l'Inter e io, che di calcio ero totalmente a digiuno dato che nella mia famiglia non se ne interessava nessuno, non seppi cosa rispondergli. Allora fece un grande sorriso e mi disse che ero ancora in tempo per diventare Genoano. Iniziò a raccontarmi la storia del Genoa, il 1893, gli inglesi, Spensley, i primi scudetti, De Vecchi, De Prà, il furto del 1925, Stabile, Verdeal, Abbadie e così via. Come ogni bambino, io ero una spugna e assorbivo tutto, memorizzando ogni cosa e appassionandomi ogni giorno un po' di più. Dopo un lungo lavoro ai fianchi di mia mamma, il signor Saverio riuscì a convincerla e ottenne il permesso di portarmi a vedere la prima partita della mia vita. Era il giorno seguente al mio settimo compleanno e il Genoa pareggiò in casa con il Mantova. Entrare al “campo”, come lo chiamava il signor Saverio, fu uno choc e da quel giorno il Genoa si prese una buona parte di me. Il campionato fu sfortunato e il Genoa retrocesse, ma a me non importava più di tanto, quello che contava era la possibilità di andare al campo con il mio anfitrione, cosa abbastanza rara dato che mia mamma opponeva strenua resistenza. Però quando cedeva la domenica diventava indimenticabile: si andava a piedi percorrendo via Sturla, via San Martino, corso Gastaldi e il ponte di Terralba. Il signor Saverio mi teneva per mano e mi parlava del Genoa, aveva sempre qualcosa di nuovo da raccontare e il mio amore per il Grifone cresceva in parallelo all'antipatia verso quelli là. In concomitanza con la fine delle elementari cambiammo casa e andammo ad abitare a San Martino, così le occasioni di andare al campo con il signor Saverio diminuirono inevitabilmente, fino a cessare del tutto con mio grande dispiacere. Però crescevo e ogni tanto avevo il permesso di andare alla partita da solo, fino a quando potei ottenere il mio primo abbonamento di Nord. Lo conservo ancora tra le cose più care, un cartoncino arancione con la foto e le obliterature nelle caselle delle partite. Era l'anno della C e riuscii anche a fare le prime trasferte in treno, quelle liguri, e in auto a Montevarchi con un amico di famiglia. Da allora la Nord divenne la mia seconda casa e iniziai ad andare in trasferta con una certa regolarità, prima quelle più vicine poi anche le altre.

Sempre in pullmann e sempre da solo, tanto ogni occasione era buona per trovare amici con cui condividere i momenti belli e quelli brutti. Il top lo raggiunsi andando due domeniche di fila a Foggia e Reggio Calabria nell'anno della promozione in A con Silvestri. Due viaggi interminabili, iniziati e terminati a notte fonda, ma conditi da due vittorie. Poca serie A, tanta serie B, speranze, delusioni, qualche gioia, paura di retrocedere. Il derby del 22 ottobre 1978: era il giorno del mio matrimonio e Damiani regalò agli sposi felici una bella doppietta. Ho sposato una praina, naturalmente Genoana, così come è Genoanissima nostra figlia. Poi arrivò il Professor Scoglio e un nuovo entusiasmo, creato da quell'uomo così particolare, così unico nel panorama del calcio. L'unico che ci abbia definito per quello che realmente siamo: un popolo. Bagnoli, il quarto posto, la semifinale di Coppa UEFA e la grana dei premi, Spinelli che riesce a rovinare tutto, le salvezze sofferte, il valzer di allenatori, Marchioro, Maifredi, Maselli.

Marchioro, Maifredi, Maselli, il silenzio assordante del dopo Genoa-Torino e l'urlo liberatorio al goal di Del Vecchio, il Capitano che corre sotto la Nord e piange. Dov'erano gli altri? Firenze, di nuovo serie B, il Capitano che piange un'altra volta sotto la Nord seduto su una sedia a rotelle, Scerni, Mauro, Dalla Costa, Canal, Genoa-Cosenza, la serie C, Campoccia, il tribunale di Treviso. Preziosi che ci salva, il ripescaggio, l'arrivo di Milito, lo straordinario girone d'andata con Cosmi e la trasformazione nel girone di ritorno. Genoa-Venezia: interminabile nella sua sofferenza, il fischio finale, Cosmi che festeggia come un musulmano che prega, la faccia di Preziosi ripresa dalle telecamere, un'espressione che non dimenticherò mai, non quella di un uomo che in due stagioni ha riportato il Genoa in serie A, ma quella di chi ha preso un pugno in pieno stomaco. La gioia della promozione parzialmente soffocata da quell'espressione e poi distrutta dalle notizie che rimbalzavano sui giornali e in tv, la visita del Torino in laguna, Matteo Preziosi, la valigetta, l'intervista dell'innatamente simpatico che in tempi non sospetti a precisa domanda rispose che non ci sarebbe stato nessun derby, il processo-farsa, i bigliettini, la sentenza, Vigotti, Carraro, Macalli. Ci hanno deriso, umiliato, massacrato. Siamo stati gli unici a pagare. E abbiamo pagato molto di più di quanto meritassimo. Ci ha salvato l'orgoglio. L'orgoglio di un popolo.

Io, che ero nella Nord a cantare “un presidente, abbiamo un presidente” non potrò mai perdonare a Preziosi i fatti di Genoa-Venezia. So che è stata una trappola, ma ci aveva promesso dignità e nella vicenda Genoa-Venezia non riesco a trovarne. Il resto è storia recente: al posto di Lavezzi arrivò Zaniolo, il lunghissimo campionato di C, lo Spezia che va su diretto, il rigore di Stellini, il goal di Lopez, la serie B nella stagione di Juventus e Napoli, la promozione, il ritorno del Principe, il quarto posto scippato da Rizzoli, il primo derby di Milito, il “due contro zero”, il goal di Marco Rossi nel derby, il primo esonero di Gasperini, il goal di Rafinha, quello di Boselli, il nuovo valzer di allenatori, la paura di retrocedere, il ritorno di Gasperini, il sesto posto, la squallida vicenda della licenza, il conflitto allenatore-struttura, Juric, vittorie di prestigio e partite incomprensibili, Pavoletti e Rincon. Il tutto condito da una girandola di giocatori tale da non riuscire a ricordarli tutti. progetto, ambizioni, rischi di fallimento, risanamento, plusvalenze. Cinquantadue anni della mia vita pensando ogni giorno al Genoa. Emozioni, gioie, dolori, lacrime. Ogni tanto mi dico “se il Genoa non ci fosse più…”, ma non potrei farne a meno, è parte di me. Dopo il quarto posto un ignoto artista scrisse a caratteri cubitali su un muro nei pressi dell'ingresso autostradale di Voltri “Meglio nove scudetti dai nonni raccontati che uno festeggiato da ciclisti ossigenati”. Ci sono passato a fianco mattina e sera per anni andando e tornando dal lavoro ed ogni volta l'ho letto sorridendo e sentendomi orgoglioso. Forse è stato un comportamento infantile, ma noi Genoani siamo così, restiamo bambini tutta la vita e come tutti i bambini viviamo di magia e di sogni. E' la stella che noi vogliamo...